Non so da voi, ma qua da noi a Berlino il bus 171 passa anche dalla fermata della metropolitana di Rudow, e da Rudow continua la sua corsa fino all’aeroporto di Schönefeld. Questo è il nostro bus 171. Ma non è diretto. Prima di arrivare al terminal Partenze attraversa snervanti fermate ai margini dell’orrenda periferia berlinese. A me non piace. E snervanti perché sono impaziente. Quindi, chi da Rudow prende il 171 non è per forza detto che scenda all’aeroporto. Se ha con sé una valigia, beh, allora, è molto probabile che debba salire su un’autovolante. Però, tutto sommato, tutto può essere.
Insomma, io ero seduta sul 171 e andavo certamente all’aeroporto di Schönefeld. Ufficialmente proprio. L’avevo annunciato. Avevo detto: ci vediamo mercoledì! Ed era domenica. Come mercoledì? Aveva detto mia madre, con la voce piena di entusiasmo. Mannaggia! Ho pensato io. Avrei potuto farle una sorpresa. Di nuovo. Come quella volta che non sapeva nulla del mio arrivo e mi è corsa incontro attraversando i campi di zia Maria, riempiendo l’aria del mio nome per dirmi poi ansimante: figlia mia! Non credevo di sapere ancora correre. Ma non farlo mai più. Potrei morire di infarto. Questa volta mi ero tradita mezzora dopo aver comprato il biglietto.
Sul bus 171, la signora accanto a me era stata più accorta. Ed era ancora intenta a proteggere il segreto della sua corsa. Stringeva fra le gambe una valigia viola e con voce roca parlava in tedesco al cellulare: Sì, sì, sto male, sì, molto. Oggi non posso proprio venire al lavoro, non in queste condizioni. Sì, è meglio. Mi metto a letto, ora mi riposo, prendo un’aspirina. Sì, le farò sapere. Sì. Anche a lei. Grazie. Ho guardato il profilo di quel volto, cercando di imprimerne nella memoria i tratti. Ho fissato un’ora, un giorno, un luogo. Chi l’ha visto esiste anche in Germania. Poi mi sono ricordata del seminario sul coraggio. Della docente che diceva: Osate, osate almeno una volta al giorno! Scavalcate la fila al supermercato (che gesta!), mangiate un’intera tavoletta di cioccolato (non è normale?), uscite con un ex affamato (mai nessuna di noi)!
- Scusi? Sì scusi se mi permetto. Sa, ci siamo solo io e lei su questo bus, per giunta sedute una accanto all’altra, la prossima fermata è l’aeroporto, lei ha una valigia, si può pensare che su un bus l’acustica non sia delle migliori, ma stando proprio fianco a fianco… Gradisce un’aspirina? Ne ho sempre un pacchetto con me quando viag-
- Non pensavo mi capisse. Non credevo fosse tedesca.
- No ecco, mi dispiace, ha ragione, ne sono lusingata, non sono tedesca, ma la capisco perfettamente, una ha bisogno di evadere, aria nuova, o aria vecchia, aria verde, cioè aria diversa insomma, va anche lei a trovare la sua famiglia?
- Vado a trovare il mio amante.
- Ah, eh, schön! Ma amante nel senso, cioè, è lui l’altro, o è lei l’altra?
- Entrambe le cose. Io ho un fidanzato. Lui una moglie e forse anche qualche altra. Abbiamo un appartamento comune nella città dei nostri incontri ma l’ultima volta c’era anche una scatola.
- Tra di voi? Una scatola?
- Un cartone.
- Un cartone, capisco.
- Un cartone di bottiglie di vino. Pieno di oggetti, femminili, che non mi appartengono.
- E lei?
- Ho richiuso tutto e riavvolto il nastro di quei ricordi non miei.
- E adesso?
- Nulla, non oso parlargliene.
- Ecco, signora, questo è il punto. Ci siamo arrivate. Bisogna osare! Osare una volta al giorno!
- Beh, per dirla tutta, oggi direi di aver osato in abbondanza, in eccedenza!
- In effetti. Forse non è un discorso per lei questo.
- E lei invece? Cosa ha fatto oggi di coraggioso?
- Ecco, non la prenda male, ma, pensavo che parlare con lei fosse un atto coraggioso.
Mi ha guardata non sapendo come reagire, d’altronde restavamo delle complete sconosciute e, da parte mia, per correggere il tiro era ormai troppo tardi. Ho abbozzato un sorriso ebete in attesa della prussiana bacchettata.
- Dica la verità signorina, dica sempre la verità. Non si infili in tunnel di bugie. È meglio la droga, l’alcol, delle bugie. Parlo di esperienze concrete.
- Non lo metto in dubbio. Le bugie, intendo. Non le esperienze, cioè, che sia brutto.
E poi siamo scese dal bus 171. Per fortuna, perché ne avevo abbastanza della mia finta audacia. E god knows quanto le azioni intrepide e la verità non mi confacciano. Che parola antipatica. E pure al congiuntivo. A che pensavo? Concludiamo come è giusto che sia: The end (di bianco e in giapponese).