Impazzendo

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Berlino: atti di coraggio sul bus 171

Pubblicato da npanna su ottobre 31, 2010

Non so da voi, ma qua da noi a Berlino il bus 171 passa anche dalla fermata della metropolitana di Rudow, e da Rudow continua la sua corsa fino all’aeroporto di Schönefeld. Questo è il nostro bus 171. Ma non è diretto. Prima di arrivare al terminal Partenze attraversa snervanti fermate ai margini dell’orrenda periferia berlinese. A me non piace. E snervanti perché sono impaziente. Quindi, chi da Rudow prende il 171 non è per forza detto che scenda all’aeroporto. Se ha con sé una valigia, beh, allora, è molto probabile che debba salire su un’autovolante. Però, tutto sommato, tutto può essere.

Insomma, io ero seduta sul 171 e andavo certamente all’aeroporto di Schönefeld. Ufficialmente proprio. L’avevo annunciato. Avevo detto: ci vediamo mercoledì! Ed era domenica. Come mercoledì? Aveva detto mia madre, con la voce piena di entusiasmo. Mannaggia! Ho pensato io. Avrei potuto farle una sorpresa. Di nuovo. Come quella volta che non sapeva nulla del mio arrivo e mi è corsa incontro attraversando i campi di zia Maria, riempiendo l’aria del mio nome per dirmi poi ansimante: figlia mia! Non credevo di sapere ancora correre. Ma non farlo mai più. Potrei morire di infarto. Questa volta mi ero tradita mezzora dopo aver comprato il biglietto.

Sul bus 171, la signora accanto a me era stata più accorta. Ed era ancora intenta a proteggere il segreto della sua corsa. Stringeva fra le gambe una valigia viola e con voce roca parlava in tedesco al cellulare: Sì, sì, sto male, sì, molto. Oggi non posso proprio venire al lavoro, non in queste condizioni. Sì, è meglio. Mi metto a letto, ora mi riposo, prendo un’aspirina. Sì, le farò sapere. Sì. Anche a lei. Grazie. Ho guardato il profilo di quel volto, cercando di imprimerne nella memoria i tratti. Ho fissato un’ora, un giorno, un luogo. Chi l’ha visto esiste anche in Germania. Poi mi sono ricordata del seminario sul coraggio. Della docente che diceva: Osate, osate almeno una volta al giorno! Scavalcate la fila al supermercato (che gesta!), mangiate un’intera tavoletta di cioccolato (non è normale?), uscite con un ex affamato (mai nessuna di noi)!

- Scusi? Sì scusi se mi permetto. Sa, ci siamo solo io e lei su questo bus, per giunta sedute una accanto all’altra, la prossima fermata è l’aeroporto, lei ha una valigia, si può pensare che su un bus l’acustica non sia delle migliori, ma stando proprio fianco a fianco… Gradisce un’aspirina? Ne ho sempre un pacchetto con me quando viag-

- Non pensavo mi capisse. Non credevo fosse tedesca.

- No ecco, mi dispiace, ha ragione, ne sono lusingata, non sono tedesca, ma la capisco perfettamente, una ha bisogno di evadere, aria nuova, o aria vecchia, aria verde, cioè aria diversa insomma, va anche lei a trovare la sua famiglia?

- Vado a trovare il mio amante.

- Ah, eh, schön! Ma amante nel senso, cioè, è lui l’altro, o è lei l’altra?

- Entrambe le cose. Io ho un fidanzato. Lui una moglie e forse anche qualche altra. Abbiamo un appartamento comune nella città dei nostri incontri ma l’ultima volta c’era anche una scatola.

- Tra di voi? Una scatola?

- Un cartone.

- Un cartone, capisco.

- Un cartone di bottiglie di vino. Pieno di oggetti, femminili, che non mi appartengono.

- E lei?

- Ho richiuso tutto e riavvolto il nastro di quei ricordi non miei.

- E adesso?

- Nulla, non oso parlargliene.

- Ecco, signora, questo è il punto. Ci siamo arrivate. Bisogna osare! Osare una volta al giorno!

- Beh, per dirla tutta, oggi direi di aver osato in abbondanza, in eccedenza!

- In effetti. Forse non è un discorso per lei questo.

- E lei invece? Cosa ha fatto oggi di coraggioso?

- Ecco, non la prenda male, ma, pensavo che parlare con lei fosse un atto coraggioso.

Mi ha guardata non sapendo come reagire, d’altronde restavamo delle complete sconosciute e, da parte mia, per correggere il tiro era ormai troppo tardi. Ho abbozzato un sorriso ebete in attesa della prussiana bacchettata.

- Dica la verità signorina, dica sempre la verità. Non si infili in tunnel di bugie. È meglio la droga, l’alcol, delle bugie. Parlo di esperienze concrete.

- Non lo metto in dubbio. Le bugie, intendo. Non le esperienze, cioè, che sia brutto.

E poi siamo scese dal bus 171. Per fortuna, perché ne avevo abbastanza della mia finta audacia. E god knows quanto le azioni intrepide e la verità non mi confacciano. Che parola antipatica. E pure al congiuntivo. A che pensavo? Concludiamo come è giusto che sia: The end (di bianco e in giapponese).

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Errori cardinali: perdere la bussola per dei falsi amici!

Pubblicato da npanna su ottobre 19, 2010

- Teresina lo sai che tra qualche giorno parto per la Germania? Vado a trovare una mia amica che vive vicino a dove abitavi tu. A Castrop-rauxel. È vicino a dove abitavi tu, vero?

- Davvero?! Che bello Gesuina! Sì sì è proprio vicino. Che nostalgia, che bei posti!

Santina, incuriosita dal dialogo tra Teresina e Gesuina, chiede a Gesuina:

- Dai Gesuina, parti?! E dove si trova questo posto?

- Nella ex Germania dell’Ovest.

- Come nella Germania Ovest, Gesuina? Quella è Germania Est, io lo so, ci ho vissuto.

- Veramente Teresina, io adesso i confini della Germania Ovest e della Germania Est non me li ricordo esattamente, però un po’ di geografia, i punti cardinali, se guardi la cartina, quello è ovest, non è mica est.

- Ma scusa poco poco, quella è la Westfalien, West in tedesco vuol dire est, mentre Ost vuol dire ovest, quindi se ero nella Westfalien ero nella Germania Est.

- Eh no, Teresina, West in tedesco vuol dire ovest. È Ost che vuol dire Est.

- Non dirmelo! Ma sicura sei Gesuina?

- Abbastanza, sì. Ma poi Teresina, basta guardarsi la cartina eh!

-Ma io ci ho vissuto! Gesuina, e quindi io tutti quegli anni ero nella Germania dell’Ovest e non dell’Est? E come è possibile?

Teresina riflette per qualche secondo e aggiunge:

- Uhm, Gesuina, non so se crederti cara Gesuina.

 

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Asini metropolitani

Pubblicato da npanna su giugno 6, 2010

Una pensa: la metropoli è grande, e poi finisce con l’incontrare sempre le stesse persone. Mica per volontà, per appuntamento. Io dico per caso, per incrocio, per sovrapposizione.

Da giorni incontro sempre la stessa signora, ovunque, dappertutto. O forse il mio dappertutto è piccolo. Ho un dappertutto di metropoli grande quanto un paesetto. Non sfrutto bene lo spazio, e neppure la signora evidentemente, perché ci ritroviamo tutti giorni nel nostro spazio ristretto di metropoli.

La signora è piccola, bassa intendo. Da che pulpito, direte voi. Come vi permettete di pensare sia un insulto? Non avrete mica qualcosa contro i bassi? Ebbene la signora è una testa più corta di me. È asiatica. Immaginate se qualcuno parlasse di voi come di un “europeo”. Alzereste gli occhi al cielo. Ma io non lo so mica da dove viene la signora. Ha gli occhi a mandorla. È vietnamita, filippina, thailandese? Questo è un limite. Ci limita perché non possiamo attribuirle un passato. In quali case di legno giocava? Che fiori coglieva? Che animali temeva? Chi era la mamma? E il babbo? Pecco di esotismo.

La signora corta con gli occhi a mandorla ha i capelli neri. Lisci. Un cerchietto grosso, in tessuto lucido marrone. Ha uno zaino in spalla. Anche io. Sempre. Il suo è verde. Invicta. Non esiste qua l’Invicta. Se esiste nelle spalle della signora vuol dire che è passata per l’Italia. La signora o l’Invicta? Giovanni. Si legge sulla tasca dell’Invicta. Stampatello, Uni Posca. Blu. C’è un Giovanni che può dirci qualcosa su questa signora?

Vagone della metropolitana. Oggi ci siamo salite insieme. Mi sorride. Mi siedo accanto a lei. Puzza. Non me l’aspettavo puzzasse. Sono delusa che puzzi. E poi sono delusa da me stessa. Che razza di persona sono a essere delusa per la signora puzzolente? Non mi interessa più la signora puzzolente? Perché puzza? Forse non è lei che puzza. Annuso. Non c’è dubbio che la puzza sia lei. Annuso ancora. Lo sapevo che la signora non poteva puzzare! Sono le buste che si trascina sempre dietro. Puzza di acido, di conserve. Bottiglie. Vuoti a rendere. Tutte dentro buste bianche a strisce blu. Blu come Giovanni. Anche questo Giovanni, avrà pure una sua storia.

Parla di continuo nella sua lingua asiatica. Con se stessa. Io non la capisco. Sorride mentre parla. Si racconta ricordi. O forse sta calcolando quanto le viene dai vuoti a rendere.

Le vorrei dire: signora, non è possibile. Dobbiamo fare qualcosa. Siamo quattro milioni di persone. Le pare che ci si debba incontrare tutti i giorni io e lei? Lei e io suona male. Le pare ci si debba incontrare tutti i giorni lei e io? No. Non si direbbe. Ci darebbero degli asini, i tedeschi. A tutti gli IO in quella posizione. Der Esel nennt sich immer als erstes! L’asino si nomina sempre per primo! Sentenziano loro. E via di “du und ich” ovvero di “te e io” invece del nostro “io e te”. “Io e te” è da asini. Da asini maleducati. Una lingua non ne rispecchia la cultura. Tutte balle. Altrimenti in Germania giusto sarebbe “ich und du” per esasperato individualismo. “du und ich”, do dell’asino a te. Mi difendo. Io ho un passato da ciuco, da somaro, asino da trasporto. Esportato. Secondo me è questo che mi unisce alla signora.

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Quando il bagaglio scoppia!

Pubblicato da npanna su maggio 28, 2010

È tempo di vacanze.

Prima di partire, soppesate i pro e i contro dei chili di troppo delle vostre valigie.

Tempo fa ho pagato 150 euro di penale per peso eccessivo del bagaglio da stiva – più 5 euro che capirete tra un attimo.

Le cose sono andate in questo modo. Ero normalmente in ritardo e l’ultima della fila al check-in. Lo sarei stata in ogni caso, anche se fossi arrivata puntuale. È una di quelle tare genetiche, o ce l’hai o non ce l’hai, io ce l’ho: sono sempre l’ultima della fila. Anche se provo a mettermi in prima posizione, alla fine, tra un sorriso e l’altro, mi scavalcano tutti e mi ritrovo ultima – per cui a che serve arrivare puntuale?

Al check-in metto la valigia sul rullo. L’assistente di terra – un uomo, e ci tengo a sottolinearlo – guarda il numero sulla bilancia e sbotta:

- Eh no eh! Adesso basta! Adesso mi sono proprio stufato! Ma insomma! Non se ne può più dei chili di troppo! LEI adesso paga! Se vuole partire, LEI paga! Paghi, paghi! Sono 15 euro a chilo, 150 euro! Punto. Altrimenti resta a terra!

- Centocinquanta euro?!?

- Ho detto che non la faccio partire e se accenna un minimo di protesta le peso anche il bagaglio a mano! Cosa crede? Si vede benissimo che avrà almeno altri 30 chili in quello zaino! Chi crede di prendere in giro? La cassa è da quella parte! Torni con la ricevuta e SOLO in cambio della ricevuta le consegno la carta d’imbarco! Altrimenti nulla, a terra. Anzi no. Non vuole pagare? Lo vede il cestino? Butti 10 chili extra nella spazzatura. O paga, o spazzatura, o nulla! Nulla!

Mi reco alla cassa

- Pago, ehm, 150 euro!

- Accettiamo solo contanti.

- Ma non ce li ho 150 euro in contanti qua all’aeroporto.

- Prelevi dal bancomat.

Guarda caso, il bancomat accanto alla cassa appartiene a una banca sconosciuta e quindi mi sottrae altri 5 euro di tassa prelievo e mi dissangua fino a 155 euro.

Torno al check-in con la mia ricevuta in mano.

- Senta, io li ho pagati 150 euro, anzi, 155 ma spero per lei di non averli pagati per morire. Perché, se cade l’aereo, stia certo che le apparirò in sogno tutte le notti della sua vita sussurrando con voce di vento centocinquaaanta, centocinquaaaantaciiiinque!

La vacanza seguente, siccome alleggerire il bagaglio di qualche chilo sapeva di eresia, al momento della prenotazione del volo online ho preferito comprare un bel bagaglio extra! Numero di bagagli da stivare: 2! Eh eh, finalmente! Questa volta cari miei non mi fregate! 20 chili a valigia: mi porto 40 kg!

Ah ah! Si attaccano! Tutti li uso i 40 chili! Dal primo all’ultimo grammo, a costo di metterci pietre.

Dopo aver stampato il biglietto, tronfia come una furbissima pavona, ho scovato un lieve errore nell’equazione matematica alla base del mio ragionamento. Per me 1 V + 1 V (con V = valigia) = 20 kg + 20 kg = 40 kg. Per la compagnia aerea, 1 V + 1 V andava interpretato in maniera leggermente differente. 20 kg + 20 kg non fa 40 kg bensì:

1 V + 1 V = 20 kg : 2 V = 10 x 2 V

In pratica, V viene ridimensionata al momento dell’acquisto di un bagaglio extra. Se V singola vale 20 kg, V doppia ne vale la metà.

Insomma, comprando un bagaglio extra non ho fatto altro che assicurare una più comoda e confortevole transitata ai mie capi d’abbigliamento e immancabile epilatore, i quali hanno avuto l’onore di viaggiare non stipati, arrotolati e pressati come al solito, bensì leggeri e ariosi in due valigie da 10 kg ciascuna. E per tale genialata, ripeto, ho pure pagato. Conosco almeno un povero imbecil- ,volevo dire studente, che, dopo aver trascorso un anno all’estero, al momento di tornare definitivamente a casetta, ha pagato e prenotato per 4 V e scoperto solo all’aeroporto che 4 V = 5 kg x 4 V! E non 80 kg come ingenuamente credeva.

Dopo questa esperienza, mi sono inspiegabilmente illuminata d’immenso e soppesato i pro e i contro di un nuovo approccio al bagaglio da stiva: forse, mi sono detta, forse non mi serve proprio tutto tutto tuuutto quello che mi porto dietro ogni volta, e ho cominciato così a pesare V.

Per scelta non possiedo una bilancia, ma solo pantaloni slabbrati per sentirmi sempre magra. Quindi sì, dopo questi piccoli incidenti diplomatici, per un periodo consegnavo ai vicini la mia valigia, affinché la sistemassero sullo strumento di tortura, mentre io attendevo con ansia il risultato dell’analisi sulla porta.

Siccome anche questa trafila dopo un po’ mi pesava assai, col tempo ho cominciato ad affidarmi sempre più al mio solo braccio forte, quello destro.

Ora mi basta solo sollevare il bagaglio e tlin tlin, 17 kg, tlin tlin, 15 chili.

Quindi mi ritrovo una settimana fa all’aeroporto di Dublino, al desk della Ryanair. Chili concessi da stivare: 15. Poggio la valigia sul rullo. 16 chili. Mi compiaccio ancora una volta delle mie capacità di bilancia vivente. L’hostess di terra, una donna con un caschetto in testa giallo zucca e gli occhi trasparenti, mentre confronta i dati riportati sulla carta d’imbarco con quelli del documento, dice senza alcuno schema accentuativo e senza sollevare lo sguardo dal suo lavoro:

- Chili in eccesso. Vuole riorganizzare il bagaglio o pagare?

Chil-I, eeeeeh addirittura CHILI, zia, mi stai prendendo in giro? A CHI chili in eccesso? Faccio orecchie da mercante, le lascio qualche secondo di tempo per ragionare. Avrà visto male? Avrà letto 26 anzi che 16?

- Ho detto: chili in eccesso. Vuole riorganizzare il bagaglio o pagare?

- Quando mai chili, signora, è UN chilo è, non facciamola più pesante, non vorrà mica farmi pag-

- Chili in eccesso. Vuole riorganizzare il bagaglio o pagare?

- Senta, lo vede quest’uomo dietro di me? Peserà almeno 115 kg, io ne peso BIIIIP, se il problema è il carburante che faccio consumare e la metroquadratura di cielo e suolo che inquino con quel chilo in eccesso, se mi mette sulla bilancia con tutti i bagagli non raggiungo il peso di quell’uomo. Quindi vi costo meno di un passeggero di sesso maschile e razza nordeuropea. Anzi sa cosa? Mi spetta lo sconto!

- Paga o riorganizza?

- Riorganizzo! Riorganizzo!

Anche se sono ancora convinta che mi spettasse una riduzione nel prezzo. Però, mi chiedo, questa cosa del riorganizzare… mi tolgo un chilo dal bagaglio da stiva, e poi? Quello si comporta esattamente come un chilo di troppo. Quando cerchi di combatterlo, mica scompare: si sposta! Qual è la logica?

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Kirchensteuer: il momento della verità

Pubblicato da npanna su giugno 11, 2008

22,97 Euro

al mese

Ceeeeeeeeeeeeeeeeeeeee

Ma vogliamo parlare dell’assicurazione sanitaria? Meglio di no che non mi sono ancora ripresa

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Kirchensteuer ovvero il raggiro dell’imposta ecclesiastica

Pubblicato da npanna su maggio 28, 2008

In Germania un rapporto di lavoro passa anche

attraverso la cosiddetta Lohnsteuerkarte, una scheda

tributaria per l’imposta sul reddito o salario da

consegnare al datore di lavoro prima di cominciare

un’attività da lavoratore dipendente. 
Quando ho ritirato la mia tessera fiscale all’ufficio

responsabile del suo rilascio ho chiesto spiegazioni su

una misteriosa sigla contenutavi e associata al mio

nome: RK

- Entschuldigung, eine Frage, ma la sigla in questa

casellina, RK, di cosa è l’abbreviazione?
- Römisch-katholisch
- E cioè?
- Lei di che religione è?
- (Aspetti un attimo, com’era, ci sono i katholisch,

gli evangelisch, ma alla fine siamo tutti fratelli …)

christlich?
- Sì ma qui dice che lei non è evangelisch, quindi è

römisch-katholisch
- Römisch-katholsich, RK, ho capito, ma lei, scusi se

mi permetto, come lo sa? Dove sta scritto in questo

ufficio tedesco che io sono römisch-katholisch?
- Quando lei ha registrato il suo domicilio in questo

quartiere le è stato sicuramente chiesto a che

religione appartiene
- Ah, e io ho detto römisch-katholisch?
- A quanto pare. La fa la comunione?
- Ecco, io, sa, ho molti peccati accumulati da

confessare e allora per quanto mi riprometta …
- Allora è römisch-katholisch
- Dice? Ma io in chiesa ci vado per Natale e per Pasqua
- A noi non interessa quanto spesso va in chiesa, ci

interessa sapere di che religione è per la riscossione

dell’imposta ecclesiastica, che nel suo caso va alla

chiesa cattolica
- Imposta ecclesiastica? Ma io non ho mica dato il mio

consenso all’imposta ecclesiastica
- Non abbiamo bisogno del suo consenso, l’imposta

ecclesiastica viene automaticamente sottratta dal

salario
- Senza nemmeno prima chiedere? E se non la volessi

pagare?
- Se non vuole pagare l’imposta ecclesiastica allora

deve uscire dalla chiesa
- Non ho capito, uscire dalla chiesa … intende …

ABIURARE?
- ?
- Come si dice abiurare in tedesco signora non lo so,

mi dispiace, ma uscire dalla chiesa tedesca?
- Dalla Chiesa!
- Ah quindi vede che siamo un’unica chiesa. Due palle

con la giornata ecumenica di qua e la giornata

ecumenica di là, e poi? E poi lo vede che sono RK. Ma,

questa Kirchensteuer … molto è?

Facendo una ricerca poco approfondita su Internet ho

poi scoperto che molti cittadini soprattutto francesi e

del Benelux residenti in Germania hanno protestato a

causa dell’imposta ecclesiastica. Anzi, non tanto per

la tassa in sé, ma per il fatto che la domanda sulla

propria religione venga posta per poi essere

“schedati”.
Quindi, se vi dovesse capitare che, in Germania, in un

qualsiasi ufficio, vi domandino di che religione siete,

non abbiate timore di rinnegare il vostro dio per una

sola volta. Il peggio che vi possa capitare è che non

vi facciano sposare in chiesa un tedesco. Che è

sconsigliato in ogni caso. E se lo volete proprio

sposare (pensateci molto bene lo stesso) organizzate il

matrimonio in Italia (così vi prendete un po’ di tempo

per voi stesse e chissà che non rivediate la vostra

decisione) che fa bel tempo, gli invitati son ben

vestiti, si mangia bene e le foto per l’album nuziale

vengono meglio.
Ma quanti stereotipi!

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Mode che infastidiscono

Pubblicato da npanna su maggio 28, 2008

Mentre trotterellavo e ancheggiavo per i corridoi della
metropolitana di Berlino TAC TAC TAC TAC fierissima di indossare dei tronchetti nuovi di zecca in morbida pelle terra di Siena con fibbia marrone scuro e spacchetto sulla parte posteriore per meglio inserire nella scarpa i jeans rigorosamente stretti alla caviglia, sono stata bloccata da una vecchia signora curva e asciutta:
- Junge Dame!
Mi ha detto con il dito puntatore
- Ja?
Ho riposto io intimidita dal suo tono autoritario autorizzandola probabilmente col mio sguardo spaesato ad aggiungere:
- Pferde laufen leiser!
Che possiamo tradurre con “I cavalli fanno meno rumore!” oppure con “Il passo del cavallo è meno rumoroso” oppure con “Ma come cazzo cammini, zoccola?”
Fatto sta che se venite quest’estate a Berlino, oh turiste italiane, fatevi mettere i gommini di feltro sui tacchi in legno poiché, ahimè, le signore tedesche di una certa età sembrerebbero essere molto sensibili all’incredibile frastuono causato dalle ultime mode.

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Ridatemi i brufoli!!!

Pubblicato da npanna su maggio 6, 2008

Chi vive all’estero sa che, parlando costantemente una lingua straniera, dopo alcuni anni si cominciano a perdere parole della propria lingua madre. Da poco, al ristorante, guardando un pomodoro, mi sono resa conto di aver perso la parola per quella formazione verde noiosa sulla punta di quel frutto, ebbene, il “picciolo”.

Ma le parole col tempo spariscono non solo dalla memoria bensì anche dalla circolazione e quando torni in patria, in vacanza, non avendo assistito in diretta all’evoluzione della tua lingua madre non puoi che cadere dalle nuvole e sentirti spaesato di fronte al fenomeno delle parole che vanno e delle parole che vengono.

Tagliando corto: al momento sono in Italia e ho da giorni sul viso una sporgenza di notevoli dimensioni, e dal contenuto decisamente purulento, grande quanto il neo di Cindy Craftword, persino nello stesso punto di quello della ex top model! Che però nel caso delle brutte ovviamente non è una macchia sexy ma un biiiiiiiiip. Dopo essermi consultata con mia sorella maggiore, mi sono recata in uno di quei bei negozi di cosmetici in cui si trovano tutti i prodotti di tutte le marche raggruppati per categorie, e alla categoria pulizia del viso ho preso in mano il presunto prodotto da lei consigliatomi. Presunto perché non ricordavo esattamente nome e marca da lei indicati ma solo quella espressione di pietà nel suo viso che diceva chiaramente che fosse il caso di intervenire non con la cosmesi ma con il bisturi, ma se proprio vuoi affidarti alla cosmesi … prova questo … magari…

Quindi ho dato una lettura veloce alle informazioni riportate sulla confezione per scoprire se tale tubetto di gel facesse al caso mio: “per le imperfezioni e i segni della pelle”.

E cosa sarebbero mai queste imperfezioni e segni della pelle?

Di sicuro non questo enorme vulcano che mi abbellisce la zona baffo e che ad ogni nuova scossa mi arriccia la “naturale pelurietta” a decorazione del labbro superiore. Per quanto non mi dispiacerebbe affatto, devo dire purtroppo di no, che non lo definirei né segno né imperfezione, ma solo schifosissimo biiiiiiip.

Mah, mi sono detta, da qualche parte sarà pur spiegato a cosa serve questo prodotto … leggo e rileggo … mi guardo intorno stranita alla ricerca di qualcuno con cui condividere il mio dubbio … rileggo … nessuna traccia della parola biiiiiiiiiiip. Serve proprio per queste “imperfezioni e segni”

- Mi scusi? Sto cercando qualcosa per i biiiiiiiiiiiip, ho trovato questo gel

- Il prodotto che ha in mano va benissimo

- No ma c’è scritto che è per le imperfezioni e i segni della pelle … io voglio qualcosa per i biiiiiiiiip

- Per le imperfezioni della pelle, appunto.

- Lei questa cosa qua, la vede?

- Non c’è bisogno che si avvicini la vedo benissimo anche da dietro la cassa

- Ecco, la definirebbe imperfezione? Segno?

- Certo che no. Ma imperfezione è un termine, come dire, più elegante.

Ho capito, siamo di fronte al fenomeno tanto diffuso, ormai anche nella cosmesi, dell’eufemismo.

I biiiiip, vi ricordate? Si chiamavano, un tempo non tanto remoto, in una sorta di fase che oggi possiamo definire intermedia, anche impurità della pelle. Poi si vede che “impurità” suonava ancora troppo offensivo per la sensibilità del consumatore e le case cosmetiche sono passate da impurità a “imperfezione” che, ci tengono a precisarlo, magari non è nemmeno un’imperfezione, ma solo un segno, un segnetto, piccolo piccolo, sul vostro magnifico viso da top model.

Perché oggi i biiiiiiiip proprio non esistono più, no, solo segni sulla pelle del viso, al massimo imperfezioni, e se a te vengono i biiiiiip sei strano tu, sei una fastidiosa deviazione dalla perfetta realtà che andrebbe eliminata in una sorta di pulizia etnica (non genocidio, pulizia, che è più elegante).

Ed è questo l’obiettivo di quel gel, di eliminare definitivamente, alla radice, chi ancora osa insozzare la società con i suoi biiiiiip. Alla prima applicazione, infatti, dopo appena qualche secondo, lacrimoni sono apparsi sul mio viso e insieme al bruciore nella mia mente si è manifestata l’associazione all’acido muriatico.

Ecco cosa succede ad averci i biiiiiip oggigiorno. Sei il nemico numero uno di tutta una generazione di prodotti, e non lo sapevi!

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Lezione di ecologia

Pubblicato da npanna su marzo 23, 2008

Segreteria dell’università di Berlino. Iscrizione ai primi esami

- Guten Tag. Son venuta per iscrivermi agli esami

- Ha portato tutti i documenti in fotocopia?
- Si si, eccoli, ce li ho nella cartellina, nella borsa, subito, ecco
- E cosa sono tutti questi fogli?
- I documenti fotocopiati …
- Su carta bianca?
- È molto bianca?
- Non la conosce la carta riciclata?
- Quella color sporco intende?
- Color sporco?
- Grigetta?
- Sa che cosa è lo sporco? Lo sporco è tutto lo smog che produce l’uomo! Dia qua. Ma non mi dica che ha fatto una fotocopia per ogni documento?
- No? Cioè, si.
- E l’opzione fronte retro? Non ne ha mai sentito parlare? Non esiste da dove viene lei? Ma poi, non lo vede che ogni documento occupa appena metà pagina? Ne avrebbe dovuto mettere due per pagina, ne venivano 4 PER FOGLIO. E intendo foglio RICICLATO! E lei invece cosa fa? Quattro documenti, quattro fogli di carta BIANCA! Si vede che ha soldi da buttare via, si vede che gli studenti di oggi non pensano a nulla se non a sperperare. E gli alberi? Come la mettiamo con gli alberi? Lo sa quanti alberi per una risma di carta bianca?
- Scusi un secondo che richiudo la cartellina e la rimetto in borsa, non vorrei perdere qualche documento, sa ho tutti gli originali … io veramnete pensavo ..
- A cosa? A cosa signorina? Di sicuro non agli alberi! E scommetto che son soldi dei suoi genitori quelli che ha buttato via …
- Torno con le fotocopie su carta riciclata?
- Così sprechiamo un’altra decina di fogli? È questo che vuole?
- No. Gli alberi sono la ricchezza del pianeta, gli alberi son la nostra fonte di vita, proteggiamo gli alberi!
- Gut! Firmi qua.
- Che cosa è?
- Cosa vuole che sia? Firmi e mi mandi il prossimo. Con lei ho finito.
- Finito in che senso?
- Finito signorina, vada.
- Finito che non son iscritta agli esami?
- Signorina e secondo lei che cosa stiamo facendo qua? Una lezione di ecologia? Vada vada e mi mandi il prossimo.

Sono uscita dalla segreteria tenendo la borsa stretta al petto. Quel giorno la cartellina conteneva altrettante fotocopie degli stessi documenti, perchè è sempre bene conservarne una copia della copia nel caso si perdano gli originali e le copie. Tutto ovviamente su carta bianca abbagliante.

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