Impazzendo

traducendo … emigrando … riflettendo …

Archivio per la categoria ‘Diario’

Disclaimer per futuri baci

Pubblicato da npanna su ottobre 31, 2010

- Dolcetto o scherzetto!

- Smack!

- Uhm…

- Smick!

- Uff!

- Dimmi tu se questo non è un ometto. Pciù!

- Eh basta Naná!

- Eh dai Dolia, l’ultimo! A schiocco!

- Ho detto Dolcetto o scherzetto, non bacetto! Non lo vedi che sono un vampiro?

- Un vampiretto.

- Digrigno i denti? Dolcetto o scherzetto! Grrrr!

- Shampoo? Hai i capelli un po’appiccicosi Dolia, non sarà ora di lavarli? Smick!

- Basta Naná, ecco, vedi? È colpa tua! Smettila di baciarmi sulla testa, ci lasci la saliva, mi sporchi! D’ora in poi mi puoi baciare solo … sulla testa NO! Mi puoi baciare solo … anzi no, sai cosa? Non baciarmi e basta! Non baciarmi mai più da nessuna parte!

- Dolia! Guardami bene: io non smetterò mai di baciarti, a dieci, venti, trenta, quarant’anni. Rassegnati!

- Sai cosa Naná? Io non ci potrò pure fare nulla. Ma quando sarò sposato, e tu continuerai a baciarmi, a mia moglie la cosa non piacerà, lo troverà molto strano, allora te la vedrai con lei!

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Berlino: atti di coraggio sul bus 171

Pubblicato da npanna su ottobre 31, 2010

Non so da voi, ma qua da noi a Berlino il bus 171 passa anche dalla fermata della metropolitana di Rudow, e da Rudow continua la sua corsa fino all’aeroporto di Schönefeld. Questo è il nostro bus 171. Ma non è diretto. Prima di arrivare al terminal Partenze attraversa snervanti fermate ai margini dell’orrenda periferia berlinese. A me non piace. E snervanti perché sono impaziente. Quindi, chi da Rudow prende il 171 non è per forza detto che scenda all’aeroporto. Se ha con sé una valigia, beh, allora, è molto probabile che debba salire su un’autovolante. Però, tutto sommato, tutto può essere.

Insomma, io ero seduta sul 171 e andavo certamente all’aeroporto di Schönefeld. Ufficialmente proprio. L’avevo annunciato. Avevo detto: ci vediamo mercoledì! Ed era domenica. Come mercoledì? Aveva detto mia madre, con la voce piena di entusiasmo. Mannaggia! Ho pensato io. Avrei potuto farle una sorpresa. Di nuovo. Come quella volta che non sapeva nulla del mio arrivo e mi è corsa incontro attraversando i campi di zia Maria, riempiendo l’aria del mio nome per dirmi poi ansimante: figlia mia! Non credevo di sapere ancora correre. Ma non farlo mai più. Potrei morire di infarto. Questa volta mi ero tradita mezzora dopo aver comprato il biglietto.

Sul bus 171, la signora accanto a me era stata più accorta. Ed era ancora intenta a proteggere il segreto della sua corsa. Stringeva fra le gambe una valigia viola e con voce roca parlava in tedesco al cellulare: Sì, sì, sto male, sì, molto. Oggi non posso proprio venire al lavoro, non in queste condizioni. Sì, è meglio. Mi metto a letto, ora mi riposo, prendo un’aspirina. Sì, le farò sapere. Sì. Anche a lei. Grazie. Ho guardato il profilo di quel volto, cercando di imprimerne nella memoria i tratti. Ho fissato un’ora, un giorno, un luogo. Chi l’ha visto esiste anche in Germania. Poi mi sono ricordata del seminario sul coraggio. Della docente che diceva: Osate, osate almeno una volta al giorno! Scavalcate la fila al supermercato (che gesta!), mangiate un’intera tavoletta di cioccolato (non è normale?), uscite con un ex affamato (mai nessuna di noi)!

- Scusi? Sì scusi se mi permetto. Sa, ci siamo solo io e lei su questo bus, per giunta sedute una accanto all’altra, la prossima fermata è l’aeroporto, lei ha una valigia, si può pensare che su un bus l’acustica non sia delle migliori, ma stando proprio fianco a fianco… Gradisce un’aspirina? Ne ho sempre un pacchetto con me quando viag-

- Non pensavo mi capisse. Non credevo fosse tedesca.

- No ecco, mi dispiace, ha ragione, ne sono lusingata, non sono tedesca, ma la capisco perfettamente, una ha bisogno di evadere, aria nuova, o aria vecchia, aria verde, cioè aria diversa insomma, va anche lei a trovare la sua famiglia?

- Vado a trovare il mio amante.

- Ah, eh, schön! Ma amante nel senso, cioè, è lui l’altro, o è lei l’altra?

- Entrambe le cose. Io ho un fidanzato. Lui una moglie e forse anche qualche altra. Abbiamo un appartamento comune nella città dei nostri incontri ma l’ultima volta c’era anche una scatola.

- Tra di voi? Una scatola?

- Un cartone.

- Un cartone, capisco.

- Un cartone di bottiglie di vino. Pieno di oggetti, femminili, che non mi appartengono.

- E lei?

- Ho richiuso tutto e riavvolto il nastro di quei ricordi non miei.

- E adesso?

- Nulla, non oso parlargliene.

- Ecco, signora, questo è il punto. Ci siamo arrivate. Bisogna osare! Osare una volta al giorno!

- Beh, per dirla tutta, oggi direi di aver osato in abbondanza, in eccedenza!

- In effetti. Forse non è un discorso per lei questo.

- E lei invece? Cosa ha fatto oggi di coraggioso?

- Ecco, non la prenda male, ma, pensavo che parlare con lei fosse un atto coraggioso.

Mi ha guardata non sapendo come reagire, d’altronde restavamo delle complete sconosciute e, da parte mia, per correggere il tiro era ormai troppo tardi. Ho abbozzato un sorriso ebete in attesa della prussiana bacchettata.

- Dica la verità signorina, dica sempre la verità. Non si infili in tunnel di bugie. È meglio la droga, l’alcol, delle bugie. Parlo di esperienze concrete.

- Non lo metto in dubbio. Le bugie, intendo. Non le esperienze, cioè, che sia brutto.

E poi siamo scese dal bus 171. Per fortuna, perché ne avevo abbastanza della mia finta audacia. E god knows quanto le azioni intrepide e la verità non mi confacciano. Che parola antipatica. E pure al congiuntivo. A che pensavo? Concludiamo come è giusto che sia: The end (di bianco e in giapponese).

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Errori cardinali: perdere la bussola per dei falsi amici!

Pubblicato da npanna su ottobre 19, 2010

- Teresina lo sai che tra qualche giorno parto per la Germania? Vado a trovare una mia amica che vive vicino a dove abitavi tu. A Castrop-rauxel. È vicino a dove abitavi tu, vero?

- Davvero?! Che bello Gesuina! Sì sì è proprio vicino. Che nostalgia, che bei posti!

Santina, incuriosita dal dialogo tra Teresina e Gesuina, chiede a Gesuina:

- Dai Gesuina, parti?! E dove si trova questo posto?

- Nella ex Germania dell’Ovest.

- Come nella Germania Ovest, Gesuina? Quella è Germania Est, io lo so, ci ho vissuto.

- Veramente Teresina, io adesso i confini della Germania Ovest e della Germania Est non me li ricordo esattamente, però un po’ di geografia, i punti cardinali, se guardi la cartina, quello è ovest, non è mica est.

- Ma scusa poco poco, quella è la Westfalien, West in tedesco vuol dire est, mentre Ost vuol dire ovest, quindi se ero nella Westfalien ero nella Germania Est.

- Eh no, Teresina, West in tedesco vuol dire ovest. È Ost che vuol dire Est.

- Non dirmelo! Ma sicura sei Gesuina?

- Abbastanza, sì. Ma poi Teresina, basta guardarsi la cartina eh!

-Ma io ci ho vissuto! Gesuina, e quindi io tutti quegli anni ero nella Germania dell’Ovest e non dell’Est? E come è possibile?

Teresina riflette per qualche secondo e aggiunge:

- Uhm, Gesuina, non so se crederti cara Gesuina.

 

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Pendenze avverse e ore inverse

Pubblicato da npanna su agosto 27, 2010

L’ho detto tante volte ormai: ho paura dell’aereo. E poi ho paura dei cani, dei pesci lunghi sottacqua, dei cavalli, degli asini, dei batteri. Avevo paura delle blatte fino a qualche giorno fa. Ora le schiaccio con una scarpa dalla suola dura, per mettere una buona distanza tra me e loro. Dicono le blatte possano sopravvivere alla guerra atomica, non mi pare sopravvivano a una pesante e puzzolente suola di gomma, ahimè! Periscono anche loro. Io sferro un colpo secco seguito da almeno altre tre scarpate fino a fare spezzatino di budella di blatta su mattonella. Sto ancora lavorando su come eliminare l’urlo, il tremore e il saltello annessi. Per il resto sembro molto coraggiosa. E infine, per terminare questo piccolo excursus sulle mie paure, odio i traghetti. Mi mettono ansia, mi scombussolano lo stomaco, e la testa.

Grecia.

Andavamo di isola in isola su pericolosi traghetti puzzolenti di fiamme e naufragio.

In una stretta e angusta cabina. Flusso di coscienza.

Apro gli occhi. La nave pende. Stiamo affondando, questa volta per davvero! Ne ho contate tante stanotte, ma questa è una pendenza seria: è finita! Accendo la luce. Prendo l’orologio in mano. Devo documentare l’ora della mia morte: le 10:20 del mattino.

Le 10:20 del mattino?!?

- Nillo! Nillo! Svegliati Nillo, svegliati, svegliati!

- Uh?

- Sei sveglio?

- Uh!

- Nillo a che ora sbarchiamo ad Anafi?

- Ancora? Non lo so, credo alle 9 Naná!

- Nillo, guarda, sono le 10:20! Abbiamo perso lo sbarco Nillo? Possibile non ci abbiano svegliato? E adesso dove ci ritroviamo? Dove ci stanno portando Nillo? Che fine faremo?

- Naná, la smetti? Vai a chiedere dove siamo!

- Io?

- Sì, tu! Dato che mi hai svegliato.

Nillo lo sa che non amo fare domande. La sera prima, mentre cenavamo al bar della nave, voleva chiedessi al cameriere l’orario dello sbarco ad Anafi. Che domanda inutile! Avete presente i traghetti che vi traghettano per le isole della Grecia? Si ha l’impressione le tocchino tutte nel giro di poche ore, uno sbarco ogni dieci minuti. Vanno di porto in porto durante il giorno e la notte in un singhiozzo ininterrotto di attracchi e partenze. Fanno le loro manovre verso il molo con il portellone aperto. Una grande lingua di ferro sospesa sul mare che regge un marinaio sulla punta mentre i passeggeri aspettano di essere vomitati sul porto appena la mascella della nave si poggia veloce sul cemento.

- Ma l’hai guardato bene il cameriere? Ci ha messo un quarto d’ora a trovare il sandwich al formaggio e secondo te ha in mente la scaletta completa degli sbarchi?

- Vuoi solo evitare di fargli una domanda Naná!

- Ma no Nillo, davvero! Lo vedi? Ha la faccia stupida. Non sa nulla. E poi, Nillo, sei tu che hai comprato i biglietti! Stava a te informarti sull’orario dello sbarco.

Adesso sono le 10:20. Ci abbiamo dormito su. L’ho svegliato. E va bene. Cedo. Vado a informarmi sul nostro destino.

In pigiama attraverso lo stretto corridoio. Eppure pende, ma nessuno si muove, nessun allarme, niente concitati calate le scialuppe, sarà una pendenza nella norma? Salgo in superficie. Scosto una tendina. Mi affaccio a un oblò. Le luci di un porto. Che porto? Le luci di un porto. Le luci. Belle le luci di un porto. Mi faccio scudo con le mani per vedere meglio, avvicino il viso all’apertura. Non riconosco nessuna scritta. Ci sono le scritte sui porti? È buio. Buio pesto. Sono le dieci e venti del mattino. Vorrà dire che in quest’isola, ovunque noi siamo, alle dieci e venti del mattino è buio. Certo. Vorrà dire che è così! Mi passa accanto una ragazza con indosso una tuta da meccanico, blu. Ha in mano una cartella. Lavora chiaramente sulla barca.

- Scusi?

- Sì?

- Che ore sono?

- Sono le –:–

Mi stringo le mani al petto. Faccio il mio percorso al contrario. Mi perdo. Ritrovo l’orientamento. Ritrovo la cabina. Trovo Nillo ancora a letto. Prendo di nuovo in mano l’orologio.

- Quindi? Dove siamo?

- Nillo hai presente ‘sti orologi moderni?

- Hai chiesto Naná? Dove siamo?

- Il design moderno non tiene proprio conto della praticità. Scriverò una lettera per lamentarmi, pensi una mail basti?

- Naná che cavolo stai farfugliando?!? Dove siamo?

Non funziona, proviamo con la commedia…

- Ihihihi, ahahah, Nillo, eheheh, che ridere, uhuhuhuh, Nillo, ma pensa te! Che divertimento! Ahahahah, non ammazzarmi però, ihiiiihih, le cose che capitano, ehehehe…

- Naná?

- Nillo?

- Naná?!? Insomma!

- Ehm, Nillo, ecco, tutto sommato, ecco, è una buona cosa! Per noi dico, è una buona cosa.

- Cosa azz stai dic-

- Ho letto l’orologio al contrario, Nillo! Non ha quadrante, lo vedi bene anche tu che insorge una certa difficoltà … Nillo, ehm … sono le tre e cinquanta!

- No Naná, non è possibile! Mi svegli nel mezzo della notte, mi fai venire un quasi infarto pensando di essere chissà dove, fammi vedere l’orologio! E questo numeretto scritto qua in cima?

- Lo vedi anche tu che è inciso sul metallo. Si vede appena appena …

- Uhm, mi sembra tanto un dodici … E questo scritto qua in basso? Mi sembra tanto un sei… Mi domando in quale direzione si debba leggere questo complicatissimo aggeggio…uhm, vediamo un po’… con il dodici verso l’alto? O con il dodici verso il basso? E del sei cosa ne diventa poi? Un nove? Uh? Uh? Miracolo!

Mi infilo sotto le coperte sperando il sonno sedi il sarcasmo di Nillo

- Quindi?

- Quindi cosa?

- Hai chiesto a che ora arriviamo ad Anafi?

- No, ho chiesto che ore sono. Mi sembrava abbastanza come domanda! Chiedi tu stavolta!

- Mi svegli in preda al panico, quasi mi ammazzi, e adesso devo pure chiedere io? Tutto io, sempre tutto io devo risolvere, tutto io!

Nillo impreca e esce dalla cabina. Torna dopo appena qualche secondo.

- Ho incontrato una ragazza!

- Figuriamoci!

- Piantala Naná, una che lavora sul traghetto, con una tuta blu.

- Sexy?

- Ho chiesto a che ora arriviamo.

- Dunque?

- Alle dieci e venti!

- Hai visto Nillo? Si tratta solo di saper leggere i segni che il fato dissemina per noi lungo il nostro impervio cammino.

- No Naná, si tratta solamente di imparare a leggere l’orologio! A Natale tu torni al digitale! Buonanotte! E non svegliarmi, sempre che non stiamo affondando.

- A tra poco allora Nillo.

- Uh?

- Nulla, nulla, buonanotte.

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Di fusi … e fuse!

Pubblicato da npanna su luglio 23, 2010

- Bene signori, il tour può partire, faremo una bella passeggiata insieme attraverso Berlino …

Ci raggiunge un trio di signore tutte trafelate.

- Aspettate, aspettate! Ci siamo anche noi! Siete gli italiani? Vi abbiamo trovato, finalmente! Uh che fatica! Uh che fortuna! Pant pant!

- Buongiorno signore! Ben trovate! Il nostro gruppo si allarga, siamo felici di accogliervi tra noi.

- Uff che corsa! Siamo state fortunatissime a trovarvi ancora qua.

- Speriamo signore, speriamo!

- Ma come mai tutto questo ritardo?

- Un po’ italiani lo siamo anche noi signora. E poi, che fa? Non mi concede nemmeno il quarto d’ora accademico? È appena passata la mezza!

- Sì sì, beh, certo, il quarto d’ora come no, ma qua c’è il quarto per quattro giorni… comunque meglio per noi, altrimenti, senza il vostro ritardo, non avremmo potuto partecipare al tour.

- Scusi, ma lei che orario ha sul volantino?

- Le 10:30.

- E allora! Vede?!? Sono solo cinque minuti abbondanti di ritardo.

- Ma non c’è il fuso orario?

- Il fus- ma rispetto a cosa signora?

- A Berlino, non c’è il fuso orario rispetto all’Italia?

- C’è, sì, nel senso che è lo stesso!

- Lo stesso? Non siete un’ora avanti a Berlino?

- Ehm, non vorrei farla sentire indietro, però…

- Adesso capisco! È da ieri mattina che giriamo e non tornava più nulla! Una confusione!

- Immagino signora! Ben tornata nel suo meridiano di fiducia!

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Quando l’inglese uccide

Pubblicato da npanna su giugno 23, 2010

I miei 7 assidui lettori lo sanno molto bene: io prendo l’aereo solo perché sono costretta a volare e non volo se non sotto pesanti sedativi.

http://npanna.wordpress.com/2009/02/17/paura-dellaereo/

Ma presto farò domanda per l’anestesia totale.

Io e Marion già sedevamo in aereo, e io già avevo la cintura allacciata. Non solo. Avevo già individuato l’uscita di sicurezza a me più vicina e mi apprestavo a contare i sedili tra me e lei, perché, nell’improbabile caso di schianto al suolo, ritrovarsi vivo non è tutto. Se il sentiero luminoso sul pavimento non si illumina, se il fumo tutt’intorno è troppo denso, sei fottuto uguale: come lo trovi il portello verso la salvezza? Ci passi a fianco e nemmeno te ne accorgi. Finisce che vai avanti e indietro per la fusoliera e ti ritrovi morto dalla disperazione. Se invece sai a quanti sedili di distanza dal tuo è l’EXIT, allora hai una chance di uscire vivo, tu e chi ti segue amandoti per tutta la vita: mentre tutti danno i numeri, tu dai quelli giusti. Tu. Perché io, anche se ho contato prima, muoio dopo, per un errore di traduzione, come vuole la vita.

Quindi, tornando a 10 giorni fa, mentre sedevo su una grande macchina alata e contavo per individuare l’uscita di sicurezza più vicina a me, e la stessa macchina alata era ancora parcheggiata in quel posto dove ci sono tante altre macchine come lei, e non si decideva a partire, il capitano prende la parola:

- Ladies and gentlemen, ze captain speaking, ve are very sorry for ze delay but ze small engine is not working. Ve vill shortly depart.

- Naná, cosa stai facendo?

- Sto andando.

- Naná non penso possa andare al bagno prima ancora del decollo.

- No no Marion, tu non hai capito! Io sto andando via!

- Come sto andando via? Dove è che vai?

- Marion, il portellone è ancora aperto. Lo vedi il sole che entra? La vedi quella luce? Cosa vuoi di più? Ti servono altri segnali del destino? L’ultima luce verso la salvezza. Andiamo Marion! Scendiamo scendiamo!

- Naná siediti, ma cosa stai farfugliando?

- Marion, hai sentito che cosa ha detto il capitano? L’aereo sta cadendo a pezzi. È un rottame. Siamo morti!

- Aspetta Naná dai, calmati, lo sta ripetendo in tedesco, ascolta.

- Sehr geehrte Damen und Herren, wir entschuldigen uns für die Verspätung aber wir werden in Kürze starten. Wir bitten Sie um einen Moment Geduld.

- Marion, non ha detto nulla, ti rendi conto Marion? In tedesco non ha detto nulla, ci vogliono fottere! Della serie: ah io l’ho detto, l’ho detto prima di partire, l’ho detto che era guasto! L’ho persino detto in inglese, nella pseudo lingua di tutti. Non mi ha dato retta nessuno, ma io l’ho detto. Peccato che qua di gente che capisca l’inglese masticato di un capitano tedesco ce ne sia poca e siccome tutti sanno che non si capisce non ascolta nessuno, tranne me. Perché cazzo ascolto Marion? Cosa mi metto anche io ad ascoltare. Ma l’ho sentito solo io? Marion eh? Eh?

- No no Naná, un qualcosa su un qualche motore l’ho capita pure io …

- Andiamo Marion! Prima che chiudano il portellone, DONG, poi non abbiamo scampo.

- Naná, non ci lascerebbero partire se ci fosse un guasto al motore, e poi, ha detto small engine, chissà di quale motorino stava parlando…

- Cominciò tutto con un guasto al motorino, già me lo vedo l’articolo sul giornale, e poi precipitò l’intera elettronica!

- Naná che fai? Siediti!

- Scusi? Scusi lei, sì, sì lei, signore lo steward, a qualcosa servirà la sua presenza su questa macchina. Allora, mi dica, che storia è?

- ?

- Non faccia il finto tonto sa, qua c’è gente che ascolta! Il motorino dico, quello small engine…

- Non è nulla signora.

- Cosa è intanto?

- Ma nulla signora, è tutto risolto.

(Il present continuous, ha presente? The small engine is not working, cosa vuol dire secondo lei? Non mi sembra ci sia nulla di risolto, non sta funzionando adesso, qua, ora, nel presente, nell’immediato presente! Capito? E poi quel determinante di fronte, THE, così grande. Mica A small engine, mica UN motorino qualsiasi, no, figuriamoci, doveva essere proprio THE small engine, IL motorino! Così piccolo e così carico di immensa importanza. È lui, è the small engine, c’è solo lui, lui solo, insostituibile, indispensabile. E quello, a quanto pare, IS NOT WORKING! Non sta funzionando! Lei volerebbe eh?)

- Sa, partire con un motorino rotto … adesso io non vorrei …

- Signora, il motorino del quale stiamo parlando serve a regolare l’aria condizionata delle cappelliere.

- Chi mi garantisce che non si guastino anche i motoroni? Un deterioramento progressivo di tutti i motori … chi lo può escludere?

- Noi. Perché sono due cose completamente diverse signora. Si rimetta a sedere. È tutto sotto controllo! Stia tranquilla. Senta senta il capitano ha ripreso la parola…

- Ladies and gentlemen we will be departing in a few minutes. Iz  ze perfect day to fly!

È la giornata ideale per volare?

Ecco, è fatta, siamo morti. Abbiamo trovato un titolo decisamente migliore per l’articolo di giornale: Eppur era la giornata ideale per volare! Adesso si tratta solo di recuperare la scatola nera.

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Benvenuta da morire!

Pubblicato da npanna su giugno 11, 2010

- Naná! Oh Naná, ma tu sei? Oh cugina! Naná! E fermati! Vieni qua! Ma tornata sei? Avvicinati!

- Gianni, non urlare, eja, sono io, sono in vacanza, avvicinati tu, che io sto andando a casa a mangiare.

- Naná, oh disgraziata!

- Gianni ti presento la mia amica Marion, in visita dalla Germania.

- Eeeeeh, ma da dove l’hai tolta fuori la tua amica? Dal freezer? Ma cosa sta venendo? Dall’Alaska? Tocca, portala a casa di corsa che se la vedono in giro così la portano all’ospedale!

….

- Chi era quell’uomo?

- Ehm, non lo conosco tanto bene Marion…

- Ma cosa ha detto?

- Nulla nulla

- Ha detto freezer?

- No, cioè, sì, ha detto freezer, ma, ecco, voleva solo dire che hai un incarnato piuttosto chiaro per queste latitudini.

-

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Asini metropolitani

Pubblicato da npanna su giugno 6, 2010

Una pensa: la metropoli è grande, e poi finisce con l’incontrare sempre le stesse persone. Mica per volontà, per appuntamento. Io dico per caso, per incrocio, per sovrapposizione.

Da giorni incontro sempre la stessa signora, ovunque, dappertutto. O forse il mio dappertutto è piccolo. Ho un dappertutto di metropoli grande quanto un paesetto. Non sfrutto bene lo spazio, e neppure la signora evidentemente, perché ci ritroviamo tutti giorni nel nostro spazio ristretto di metropoli.

La signora è piccola, bassa intendo. Da che pulpito, direte voi. Come vi permettete di pensare sia un insulto? Non avrete mica qualcosa contro i bassi? Ebbene la signora è una testa più corta di me. È asiatica. Immaginate se qualcuno parlasse di voi come di un “europeo”. Alzereste gli occhi al cielo. Ma io non lo so mica da dove viene la signora. Ha gli occhi a mandorla. È vietnamita, filippina, thailandese? Questo è un limite. Ci limita perché non possiamo attribuirle un passato. In quali case di legno giocava? Che fiori coglieva? Che animali temeva? Chi era la mamma? E il babbo? Pecco di esotismo.

La signora corta con gli occhi a mandorla ha i capelli neri. Lisci. Un cerchietto grosso, in tessuto lucido marrone. Ha uno zaino in spalla. Anche io. Sempre. Il suo è verde. Invicta. Non esiste qua l’Invicta. Se esiste nelle spalle della signora vuol dire che è passata per l’Italia. La signora o l’Invicta? Giovanni. Si legge sulla tasca dell’Invicta. Stampatello, Uni Posca. Blu. C’è un Giovanni che può dirci qualcosa su questa signora?

Vagone della metropolitana. Oggi ci siamo salite insieme. Mi sorride. Mi siedo accanto a lei. Puzza. Non me l’aspettavo puzzasse. Sono delusa che puzzi. E poi sono delusa da me stessa. Che razza di persona sono a essere delusa per la signora puzzolente? Non mi interessa più la signora puzzolente? Perché puzza? Forse non è lei che puzza. Annuso. Non c’è dubbio che la puzza sia lei. Annuso ancora. Lo sapevo che la signora non poteva puzzare! Sono le buste che si trascina sempre dietro. Puzza di acido, di conserve. Bottiglie. Vuoti a rendere. Tutte dentro buste bianche a strisce blu. Blu come Giovanni. Anche questo Giovanni, avrà pure una sua storia.

Parla di continuo nella sua lingua asiatica. Con se stessa. Io non la capisco. Sorride mentre parla. Si racconta ricordi. O forse sta calcolando quanto le viene dai vuoti a rendere.

Le vorrei dire: signora, non è possibile. Dobbiamo fare qualcosa. Siamo quattro milioni di persone. Le pare che ci si debba incontrare tutti i giorni io e lei? Lei e io suona male. Le pare ci si debba incontrare tutti i giorni lei e io? No. Non si direbbe. Ci darebbero degli asini, i tedeschi. A tutti gli IO in quella posizione. Der Esel nennt sich immer als erstes! L’asino si nomina sempre per primo! Sentenziano loro. E via di “du und ich” ovvero di “te e io” invece del nostro “io e te”. “Io e te” è da asini. Da asini maleducati. Una lingua non ne rispecchia la cultura. Tutte balle. Altrimenti in Germania giusto sarebbe “ich und du” per esasperato individualismo. “du und ich”, do dell’asino a te. Mi difendo. Io ho un passato da ciuco, da somaro, asino da trasporto. Esportato. Secondo me è questo che mi unisce alla signora.

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Lo strano caso dell’omino di Berlino

Pubblicato da npanna su maggio 30, 2010

L'omino di Berlino

A Berlino, neppure il semaforo è come ve l’aspettate. In questa città i pedoni si affidano all’Ampelmann, l’omino nato a Berlino Est che vanta una storia degna delle più avventurose saghe germaniche. Ma tutto questo, nel 2010, non ci interessa più perché sull’Ampelmann è stato finora scritto l’impossibile e nulla può ormai sorprenderci. O almeno così pensavo.

Invece, come mi ha fatto notare Viktor, un bambino occhialuto dall’ingegno aguzzo, una questione resta ancora tutta da indagare: l’identità. Per non rubare al piccolo il copyright intellettuale, riporto la questione esattamente così come mi è stata proposta:

- Naná, ma l’omino verde e l’omino rosso sono la stessa persona?

Che gli storici si mettano al lavoro!

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Gli svantaggi del multiculturale (o: quanto conosci i tuoi amici)

Pubblicato da npanna su maggio 5, 2010

- Tuja, tu sei di origini irakene, giusto?

- No, iraniane.

- Ah, sì, scusami, iraniane. Irachene doveva essere qualcun altro. I tuoi vengono quindi dall’Iran.

- No, mia  madre è tedesca.

- Tua madre è tedesca? Io, pensavo, ma non sembri nemmeno, ti sto confondendo con … , ma a che età ti sei trasferita a Berlino?

- Ci sono nata.

- Tuja, ci conosciamo da 4 anni e sapevo tutto sbagliato di te!

- Non importa Naná, e comunque, visto che ci siamo: Tushia!

- Tushia?!?

- Il mio nome dico, Tushia, si pronuncia Tushia!

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