Impazzendo

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Paura dell’aereo?

Pubblicato da npanna su Febbraio 17, 2009

No, terrore di volare!

- Ma come mai hai paura di volare?

- Ma che ne sooo, ho paura e basta va bene?

- Ma è possibile che sia rimasta traumatizzata da piccola?

- Ma quando mai! Ero Naná de Gayardon da piccola io! Che trauma e trauma!

- Eppure, l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro in assoluto!

Eccoci arrivati in sole 5 battute alla stronzata più grande che si possa dire a chi ha paura di volare: l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro al mondo. E QUINDI? Forse non mi sono spiegata bene, ho parlato di paura dell’aereo? Se l’aereo andasse in autostrada, ci salirei anche tutti i giorni, ma a 10.000 metri di altezza le autostrade non ci sono e se ci fossero non ci metterei piede perché sotto di me resterebbero sempre 10.000 metri di vuoto. Delle statistiche nulla me ne importa, e proprio nulla me ne importa se il numero degli incidenti stradali è miliardi di volte superiore a quello degli incidenti aerei: da un aereo in panne non ci scendi! Non arrivano i pompieri a salvarti se va in fiamme, non c’è il carro attrezzi che ti porta piano piano all’officina, non c’è il guardrail se vai fuori pista. C’è solo il sacchetto di plastica. E che ne pensate della seconda più grande stronzata? Gli incidenti domestici. È molto più probabile avere un incidente in casa che restare vittima di un incidente aereo. E ALLORA? Sarà pure così, ma anche mettendosi in punta di piedi nella sporgenza più alta della propria casa e allungando le braccia al cielo a 10.000 metri non ci si arriva.

Ho capito di avere un problema serio la volta in cui, nel bel mezzo di un volo, sono scoppiata in un pianto disperato. Probabilmente non si trattava nemmeno di turbolenze, l’aereo veniva semplicemente scosso da leggeri movimenti d’aria, ma, per me, stavamo andando chiaramente incontro alla morte. Mi sono rannicchiata sul sedile, coperta il viso con le mani e ho cominciato a lacrimare e singhiozzare producendo i suoni più molesti che esistano perché, ovviamente, io non so piangere con grazia. I due passeggeri al mio fianco, imbarazzatissimi per l’accaduto, si sono irrigiditi sul sedile e hanno preso a fissare il tavolino chiuso davanti a loro, sperando con tutte forze che non gli rivolgessi la parola, “che ci mancava solo la psicopatica oggi”. Ad atterraggio completato, col viso gonfio, il naso congestionato e i capelli elettrizzati, mi sono detta: ok, Naná, la vergogna l’hai fatta, l’apice l’hai toccato, hai dato davvero il meglio di te, ora è giunto il momento di prendere provvedimenti seri: droga!

E quindi, ispirata da Fiorello, sono passata alle droghe. Ma non sono per niente soddisfatta e approfitto di questa sede per lamentarmi, a cominciare dalla chiusura di sicurezza bambini del flaconcino. Ma, o cara ditta farmaceutica, a cosa stavate pensando esattamente quando avete progettato la boccetta? Un calmante con un tappo che schiacci, giri, scuoti, tiri, premi, rigiri e non si apre? Pensate veramente che un ansioso in piena crisi di panico si fermi, prenda fiato e dica: vediamo un po’ di leggere il bugiardino, in esso sarà certamente contenuta la spiegazione su come aprire il flaconcino a regola d’arte, vediamo, vediamo. Invece, l’unica cosa a cui pensi quando all’ennesimo (il secondo) tentativo il flaconcino rifiuta di aprirsi è di lanciarlo con forza per terra perché si rompa e leccarne in fretta il contenuto sulla moquette dell’aereo prima che questa lo assorba. Quindi, tappo del flaconcino decisamente bocciato. Design della boccetta? Da rifare. Col contagocce? Ma per chi? Si pretende da me in quelle condizioni che possa contare? 1, 2, 3 5, no, 4, 5, no, siamo a 6, quante ne posso prend- 9, 10, era dieci la dose min- 13, 11, boh, GLUP, ahhhhh. L’effetto, resta da analizzare l’effeto, ma non solo in questa sede, in generale dico. Non ho ancora ben capito quale effetto detta medicina debba effettivamente avere e quale effetto abbia su di me. È sempre un’incognita. Probabilmente basterebbe attenersi al bugiardino ma, come già detto, non c’è tempo per la consultazione. La prima volta, intimorita da possibili effetti collaterali, ne ho preso troppo poco e non mi ha fatto nessun effetto. La volta successiva, dose doppia! Quindi, la seconda volta, ho raddoppiato la dose ma bevuto troppo acqua con uno spiacente effetto collaterale: me la stavo facendo addosso. Eh capirai l’effetto collaterale, starete pensando. Ma il problema è più complesso: io in aereo al bagno non ci vado, nemmeno sotto tortura, mi siedo per il decollo e mi alzo all’atterraggio, altrimenti non mi muovo. C’è bisogno di fare avanti e indietro per il corridoio? E se il movimento sbilanciasse l’aereo? Quindi resto seduta al mio posto, immobile, e maledico tutti quelli che vanno e vengono dal bagno. Speriamo che non abbiano buttato troppa carta igienica nel WC, avranno letto che è pericoloso? E speriamo che nessuno fumi, lo sapranno che potrebbero scatenare un incendio? Ma, quel giorno, doppia dose di calmante ha significato doppia dose d’acqua, e tanta, tanta pipì, talmente tanta che persino io mi sono alzata per andare in bagno. Non da sola, ovviamente, ma accompagnata dalla mia migliore amica incaricata inoltre di tenere la porta del bagno aperta. Come si fa a chiudere la porta del bagno in aereo? Io non ci muoio sul water! Ed essermi svuotata della pipì ha coinciso quel giorno con l’eliminazione della paura. Sono uscita dal bagno coraggiosa come una leonessa, quasi quasi facevo due volte avanti e indietro per il corridoio talmente mi sentivo audace, quasi quasi ho guardo fuori dal finestrino. Beh, si vede che la paura c’entra con la pipì, la prossima volta la faccio subito, mi sono detta, così mi libero di due problemi con una fava. Basta saperlo!

La volta dopo ho quindi preso la stessa dose di calmante, mi son seduta nel mio posticino (rigorosamente corridoio) e ho atteso con pazienza lo spegnersi della lucina per le cinture di sicurezza. Che stanchezza! Uh che sonno, certo che, uh che palpebre pesanti, la testa, come faccio a reggerla, ma è sempre stata così pesante? Ce l’ho sempre fatta a tenerla dritta, perché pende da una parte adesso?. O mio dio! Il calmante! Mi sta facendo addormentare, no, no, no, no, no. Io devo restare sveglia, devo essere in grado di salvarmi se dovesse succedere qualcosa, devo poter uscire dall’aereo in fiamme, mettermi il salvagente, fischiare nel fischietto affinché mi trovino i soccorsi in acqua. Non posso dormire, non posso dormire, non mi posso permettere di dormire, devo restare vigile, aiutati che Dio, se precipitiamo … non ti salva nessuno se non me stessa, e io muoio addormentata? Adesso capisco la forza che può esercitare il sonno su di noi, capisco come sia possibile che i bambini si addormentino con la faccia sulla pappa, cosa voglia dire morire di sonno, avere i sensi obnubilati. Ho lottato contro le palpebre pesanti e calanti per probabilmente venti minuti fino a quando si sono chiuse a saracinesca. Il corpo era battuto, ma la mente no. Col cervello ho continuato nel mio monologo, e a monitorare l’andamento del volo dallo stato comatoso in cui mi trovavo. Rumori sospetti? Caduta di pressione? Sbalzi di temperatura?

Mi sono risvegliata poco prima dell’atterraggio con la schiuma sul lato destro della bocca, il grembo completamente bagnato per essermi rovesciata addosso il bicchiere di succo di mela che stavo tenendo in mano prima del collasso, ma: coraggiosissima! La paura se n’era andata questa volta nel sonno.

Chi non ha paura di morire, muore una volta sola, diceva l’eroe Borsellino in contesti molto più seri, ma il pensiero alla base della sua affermazione è proprio vero. Io muoio una volta per volo. Prendo congedo dalla vita appena clicco sul pulsante: Conferma. Ecco perché, da qui a prenotare un volo, trascorrono settimane. Ogni sera vado alla home page della compagnia aerea, scelgo il volo, mi sincero che non decolli o atterri ad orari sospetti, tipo alle 22:22, le 22:22 non è un buon orario né per atterrare né per decollare, inserisco i miei dati personali, seleziono il metodo di pagamento, e chiudo la pagina senza concludere la transazione. C’è ancora tempo, mi dico, e poi, devo proprio partire? Magari tra un anno, sì, sì, tra un anno è meglio, troppi impedimenti ora. Quando poi, finalmente, mi decido a comprare il biglietto comincia il conto alla rovescia: gli ultimi giorni di vita mi separano dalla partenza. Naná, mi dico, hai già mangiato due Lion oggi, devi proprio ingurgitare anche il terzo? Certo che devo, se poi cade l’aereo? Non è il caso di privarsi di nulla: l’ultimo Lion del condannato. E in questo stesso modo vado avanti per giorni: che belli quei pantaloni, ma troppo cari, al prossimo stipendio. E se poi non ci dovesse essere un prossimo stipendio? Meglio comprarli subito, se devo morire, almeno con stile!

E ora un’ultima considerazione: gli ingegneri sono dei sadici! Di chi è stata la brillante idea di introdurre i monitor in cabina con tutte quelle informazioni? Velocità, temperatura esterna, QUOTA? Io voglio avere la sensazione di essere in autostrada, altro che monitor! Dovrebbero attaccare gli adesivi sui finestrini con lo scenario dell’Autostrada del Sole e farci ascoltare una cassetta registrata con tutti i rumori tipici del traffico: BRUMM BRUMM, PE PEEEE, FFFFF, TIC TIC TIC TIC. E non dirmi: stiamo volando ad una quota di 10.000 metri, la temperatura esterna è di -45 gradi, procediamo alla velocità della luce. Cosa deve dire un passeggero? Bene, bene, eh bene, adesso sì che mi sento al sicuro. E adesso, FATEMI SCENDERE!

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