Che gli italiani siano più raffinati dei tedeschi emerge anche da certe sottigliezze linguistiche. Nella stampa italiana si legge questi giorni di certe “escort”, mentre i quotidiani tedeschi parlano più generalmente di Hure, ma che volgari!
Hure? No, escort prego!
Pubblicato da npnpit su Giugno 22, 2009
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Quella pena di una sorella gravida!
Pubblicato da npnpit su Maggio 25, 2009
- Naná, ho scoperto di avere un’altra malattia
- Santo cielo, cos’hai questa settimana?
- Te l’ho detto che non posso dormire?
- Sì, più volte, diciamo, tutte le volte che è successo.
- Ecco, è una forma di rinite che viene alle donne in gravidanza, ho letto tutto, ho tutti i sintomi!
- L’hai detto alla gine?
- Eh, figurati, quella dice: sopporta! E tutto finisce lì.
- Ecco, quindi Timo, sopporta.
- Poi mi sono gonfiati i piedi e-
- Timotea, si è deciso se sarà cesareo o parto naturale?
- No, non ancora
- Speriamo cesareo
- No, ma sei matta Naná, speriamo parto naturale
- No, ma che scherzi? Col cesareo ti risparmi tutte quelle sofferenze.
- Ma dai, Naná, non sarà così tragica!
- Timotea? NON SARÀ COSÌ TRAGICA? Saranno i dolori più atroci di tutta la tua vita, sarà il dolore universale, seguito dalla gioia planetaria, ma il dolore, il dolore sarà, come dire, mi sento male io al posto tuo
- NANÁ!!! Certo che così mi fai proprio coraggio, io che mi preparo psicologicamente…bell’aiuto che sei!
- Timotea, ma non crederai mica che sia una passeggiata? Preparati al peggio in assoluto!
- Certo che sei scema, me ne ricorderò quando sarai incinta tu!
- Cosa ti devo dire? No, Timotea, vedrai che fa solo un po’ male, ma non tanto. Invece tu ti devi aspettare il peggio in assoluto e magari così, ti concentri su questo grande peggio, aspetti che arrivi, e sei più forte! Magari dirai: tutto qua? E io che mi aspettavo la somma di tutte le pene di tutta l’umanità moltiplicata per due e invece…
- Che belle parole di conforto. Ma tu te l’immagini l’ostetrica: non si preoccupi signora, non è ancora nulla, adesso arriva il peggissimo, non è ancora arrivato, adesso ARRIVA
- Lo dico per te! Hai presente ogni volta che andiamo da Diana a curarci i denti? E le diciamo: Diana, mi farai male? Cosa dice lei? No, no, no. Al che capisci immediatamente che ti farà malissimo! Preferisci che te la metta in quel modo?
- Aspetta, aspetta di essere incinta tu, e ne riparliamo, IN QUESTI TERMINI!
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Un minuto di Germania
Pubblicato da npnpit su Maggio 10, 2009
Originale in tedesco, fate partire il cronometro
- Pronto, sì, sì, l’ho comprato, sì, sono in metropolitana, sì, 5 fermate, ci vediamo di fronte alla biblioteca, sì, tra 10-11 minuti sarò lì!
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Lo straniero la dice sporca!
Pubblicato da npnpit su Maggio 5, 2009
Non si sa bene come, ma chiunque si trovi nella fase di apprendimento di una lingua straniera, almeno una volta la dice sporca! Persino chi ha pronunciato in vita sua non più di una manciata di parolacce, come mia madre, parlando un idioma diverso da quello materno cade inevitabilmente nella trappola del turpiloquio involontario.
Mentre io, mamma e Xei sedevamo in un ristorante di cucina tipica bavarese e mia madre esercitava le sue, per altro, ottime conoscenze di tedesco con Xei e Xei faceva sfoggio delle sue, ancora, rudimentali conoscenze di italiano…
….disse mia madre:
- Questo ristorante ricorda una, come si chiama, lo sapevo il nome in tedesco, adesso mi sfugge anche in italiano, hai presente?Quelle case belline belline con le travi in legno…
- Mamma, intendi una Fachwerkhaus
- Sì, sì, una FaCKwerkhaus
- Hihihihihihi ahhahahha hihihihi
- Xei, smettila di ridere…
- Perché ridi Xei? Naná cosa ho detto? Cosa ho detto?
- Nulla mamma, però, quando pronunci Fachwerkhaus cerca di dire FaCH, con lo stesso suono di iCH, non FaCK
- Hihihihihihihii
- Xei, basta eh! Hai poco da ridere tu che certi errori in italiano non ti capitano visto che l’italiano non lo parli, ANCORA! Comunque penso che la Fachwerkhaus sia la casa a graticcio
- Ah sì, sì, Xei, me la passi per favore una… una Scheide Brot
- Ahahhahhhahahahhhahhha ihihihihihihhi
- Fetta di pane.., come si dice? Pane è Brot, fetta è … non si dice… Schei-?
- Shhh! Mamma, shhh! Abbassa la voce!
- Cosa ho detto? Scheide! Scheide Brot, non è Scheide Brot?
- Ahahhhahhahhahhhahhh ihihihihihihiii
- Mamma, ehm, non vorrei scioccarti, lo so che le parolacce non le dici volentieri, però è la quarta volta di seguito che dici, ehm, vagina, diciamo, vagina. ScheiBe Brot, con la B.
- Uh, aiuto! Per una lettera!
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L’Oscar per il commesso dell’anno goes to…
Pubblicato da npnpit su Marzo 26, 2009
Dall’ottico
- Quindi, signorina, è ormai un’ora che prova e riprova, ha preso una decisione?
- Sì
- Definitiva?
- Sì!
- Che paio di occhiali ha scelto?
- Quelli rossi
- Ah…
- No?
- Ha dunque deciso di andare contro ogni buon senso?
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Un problema di acustica? O un problema di testa?
Pubblicato da npnpit su Marzo 19, 2009
Se, nel corso di una comunicazione verbale, il messaggio non raggiunge l’orecchio di un tedesco, questo vi dirà: scusa ma ich habe es akustisch nicht verstanden, ossia, “se non ho capito è solo perché l’acustica non favorisce la comunicazione”. Alla prima mi sono guardata intorno, ho chiuso le finestre aperte, avvicinato le sedie. Riproviamo! Poi ho capito che si trattava di un problema generale. Probabilmente, per i tedeschi, dire semplicemente “non ho capito”, corrisponderebbe a darsi del deficiente, “non ho sentito” del sordastro bisognoso di apparecchietto. Per evitare che l’interlocutore interpreti il fenomeno in modo inappropriato, mettendo in dubbio le facoltà intellettive e uditive del tedesco di turno, questo puntualizza che si tratta esclusivamente di un fatto di propagazione del suono. Come dargli torto?
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Corso d’italiano, capitolo 1, lezione 2: da dove vieni?
Pubblicato da npnpit su Marzo 2, 2009
- Si dice: il portogallo?
- Sì Xei, il Portogallo.
- E si dice la portogalla?
- No Xei, abbiamo appena detto che si dice il Portogallo, è maschile.
- Ho capito, ma lei, è la portogalla?
- La pappagalla?
- Ah, il portogallo, la pappagalla, ok, gut.
- XEI! Sbaglio o ti ho comprato anche un vocabolario tedesco-italiano in CD-ROM?
- …
- Usalo!
- Ma ho te, non me lo puoi dire tu?
- Cerca sul vocabolario Portugiese
- Ehm, lo devo ancora installare…
- Installalo!
- Ehm, non ti arrabbiare, ma, hai visto per caso dove ho messo il CD-ROM?
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Corso d’italiano, capitolo 1, lezione 1
Pubblicato da npnpit su Febbraio 24, 2009
- Xei, cosa hai imparato oggi a lezione di italiano?
- Io mi chiamo Xei, tu come ti chiami? Lei si chiama Gina.
- Ah, bene, dai, allora ripassiamo insieme la coniugazione del presente indicativo del verbo chiamarsi
- Che cosa?
- Ripeti con me: io mi chiamo
- Io mi chiamo
- Tu ti chiami
- No, tutti no
- Tutti cosa?
- L’hai detto tu!
- Di nuovo: io mi chiamo, tu ti chiami, lei s-
- Tutti non c’era, non l’abbiamo fatto.
- No, dico, il tu di: io mi chiamo, TU ti chiami, lei s-
- No ma tutti non c’era, c’era io, tu, lei, lui. Tutti non l’abbiamo ancora fatto.
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Conflitti itala-tedesco
Pubblicato da npnpit su Febbraio 19, 2009
DE: Cosa facciamo oggi a cena?
IT: Uhm
DE: Abbiamo ancora patate…
IT: No, patate no, le ho mangiate anche a pranzo, lesse
DE: Le possiamo fare al forno?
IT: Ma sempre patate restano!
DE: E se le facessimo in padella?
IT: Ma non possiamo mica mangiare tutti i giorni patate!
DE: Ah no?
IT: Certo che no, dobbiamo cercare di avere una dieta il più variegata possibile. E se facessimo la pasta?
DE: Ah, la pasta sì e le patate no?
IT: …
DE: La pasta l’abbiamo mangiata anche ieri!
IT: Ma la possiamo fare col sugo alle melanzane…
DE: Quindi le patate non si poooossono mangiare tutti i giorni, e la pasta sì?
IT: Ma ieri erano tortiglioni in bianco con le zucchine, oggi facciamo farfalle al sugo alle melanzane: tutto un altro mondo! Vedi bene anche tu che c’è una certa differenza…
DE: Ma sempre pasta resta.
IT: … mangiamo cinese?
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Paura dell’aereo?
Pubblicato da npnpit su Febbraio 17, 2009
No, terrore di volare!
- Ma come mai hai paura di volare?
- Ma che ne sooo, ho paura e basta va bene?
- Ma è possibile che sia rimasta traumatizzata da piccola?
- Ma quando mai! Ero Naná de Gayardon da piccola io! Che trauma e trauma!
- Eppure, l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro in assoluto!
Eccoci arrivati in sole 5 battute alla stronzata più grande che si possa dire a chi ha paura di volare: l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro al mondo. E QUINDI? Forse non mi sono spiegata bene, ho parlato di paura dell’aereo? Se l’aereo andasse in autostrada, ci salirei anche tutti i giorni, ma a 10.000 metri di altezza le autostrade non ci sono e se ci fossero non ci metterei piede perché sotto di me resterebbero sempre 10.000 metri di vuoto. Delle statistiche nulla me ne importa, e proprio nulla me ne importa se il numero degli incidenti stradali è miliardi di volte superiore a quello degli incidenti aerei: da un aereo in panne non ci scendi! Non arrivano i pompieri a salvarti se va in fiamme, non c’è il carro attrezzi che ti porta piano piano all’officina, non c’è il guardrail se vai fuori pista. C’è solo il sacchetto di plastica. E che ne pensate della seconda più grande stronzata? Gli incidenti domestici. È molto più probabile avere un incidente in casa che restare vittima di un incidente aereo. E ALLORA? Sarà pure così, ma anche mettendosi in punta di piedi nella sporgenza più alta della propria casa e allungando le braccia al cielo a 10.000 metri non ci si arriva.
Ho capito di avere un problema serio la volta in cui, nel bel mezzo di un volo, sono scoppiata in un pianto disperato. Probabilmente non si trattava nemmeno di turbolenze, l’aereo veniva semplicemente scosso da leggeri movimenti d’aria, ma, per me, stavamo andando chiaramente incontro alla morte. Mi sono rannicchiata sul sedile, coperta il viso con le mani e ho cominciato a lacrimare e singhiozzare producendo i suoni più molesti che esistano perché, ovviamente, io non so piangere con grazia. I due passeggeri al mio fianco, imbarazzatissimi per l’accaduto, si sono irrigiditi sul sedile e hanno preso a fissare il tavolino chiuso davanti a loro, sperando con tutte forze che non gli rivolgessi la parola, “che ci mancava solo la psicopatica oggi”. Ad atterraggio completato, col viso gonfio, il naso congestionato e i capelli elettrizzati, mi sono detta: ok, Naná, la vergogna l’hai fatta, l’apice l’hai toccato, hai dato davvero il meglio di te, ora è giunto il momento di prendere provvedimenti seri: droga!
E quindi, ispirata da Fiorello, sono passata alle droghe. Ma non sono per niente soddisfatta e approfitto di questa sede per lamentarmi, a cominciare dalla chiusura di sicurezza bambini del flaconcino. Ma, o cara ditta farmaceutica, a cosa stavate pensando esattamente quando avete progettato la boccetta? Un calmante con un tappo che schiacci, giri, scuoti, tiri, premi, rigiri e non si apre? Pensate veramente che un ansioso in piena crisi di panico si fermi, prenda fiato e dica: vediamo un po’ di leggere il bugiardino, in esso sarà certamente contenuta la spiegazione su come aprire il flaconcino a regola d’arte, vediamo, vediamo. Invece, l’unica cosa a cui pensi quando all’ennesimo (il secondo) tentativo il flaconcino rifiuta di aprirsi è di lanciarlo con forza per terra perché si rompa e leccarne in fretta il contenuto sulla moquette dell’aereo prima che questa lo assorba. Quindi, tappo del flaconcino decisamente bocciato. Design della boccetta? Da rifare. Col contagocce? Ma per chi? Si pretende da me in quelle condizioni che possa contare? 1, 2, 3 5, no, 4, 5, no, siamo a 6, quante ne posso prend- 9, 10, era dieci la dose min- 13, 11, boh, GLUP, ahhhhh. L’effetto, resta da analizzare l’effeto, ma non solo in questa sede, in generale dico. Non ho ancora ben capito quale effetto detta medicina debba effettivamente avere e quale effetto abbia su di me. È sempre un’incognita. Probabilmente basterebbe attenersi al bugiardino ma, come già detto, non c’è tempo per la consultazione. La prima volta, intimorita da possibili effetti collaterali, ne ho preso troppo poco e non mi ha fatto nessun effetto. La volta successiva, dose doppia! Quindi, la seconda volta, ho raddoppiato la dose ma bevuto troppo acqua con uno spiacente effetto collaterale: me la stavo facendo addosso. Eh capirai l’effetto collaterale, starete pensando. Ma il problema è più complesso: io in aereo al bagno non ci vado, nemmeno sotto tortura, mi siedo per il decollo e mi alzo all’atterraggio, altrimenti non mi muovo. C’è bisogno di fare avanti e indietro per il corridoio? E se il movimento sbilanciasse l’aereo? Quindi resto seduta al mio posto, immobile, e maledico tutti quelli che vanno e vengono dal bagno. Speriamo che non abbiano buttato troppa carta igienica nel WC, avranno letto che è pericoloso? E speriamo che nessuno fumi, lo sapranno che potrebbero scatenare un incendio? Ma, quel giorno, doppia dose di calmante ha significato doppia dose d’acqua, e tanta, tanta pipì, talmente tanta che persino io mi sono alzata per andare in bagno. Non da sola, ovviamente, ma accompagnata dalla mia migliore amica incaricata inoltre di tenere la porta del bagno aperta. Come si fa a chiudere la porta del bagno in aereo? Io non ci muoio sul water! Ed essermi svuotata della pipì ha coinciso quel giorno con l’eliminazione della paura. Sono uscita dal bagno coraggiosa come una leonessa, quasi quasi facevo due volte avanti e indietro per il corridoio talmente mi sentivo audace, quasi quasi ho guardo fuori dal finestrino. Beh, si vede che la paura c’entra con la pipì, la prossima volta la faccio subito, mi sono detta, così mi libero di due problemi con una fava. Basta saperlo!
La volta dopo ho quindi preso la stessa dose di calmante, mi son seduta nel mio posticino (rigorosamente corridoio) e ho atteso con pazienza lo spegnersi della lucina per le cinture di sicurezza. Che stanchezza! Uh che sonno, certo che, uh che palpebre pesanti, la testa, come faccio a reggerla, ma è sempre stata così pesante? Ce l’ho sempre fatta a tenerla dritta, perché pende da una parte adesso?. O mio dio! Il calmante! Mi sta facendo addormentare, no, no, no, no, no. Io devo restare sveglia, devo essere in grado di salvarmi se dovesse succedere qualcosa, devo poter uscire dall’aereo in fiamme, mettermi il salvagente, fischiare nel fischietto affinché mi trovino i soccorsi in acqua. Non posso dormire, non posso dormire, non mi posso permettere di dormire, devo restare vigile, aiutati che Dio, se precipitiamo … non ti salva nessuno se non me stessa, e io muoio addormentata? Adesso capisco la forza che può esercitare il sonno su di noi, capisco come sia possibile che i bambini si addormentino con la faccia sulla pappa, cosa voglia dire morire di sonno, avere i sensi obnubilati. Ho lottato contro le palpebre pesanti e calanti per probabilmente venti minuti fino a quando si sono chiuse a saracinesca. Il corpo era battuto, ma la mente no. Col cervello ho continuato nel mio monologo, e a monitorare l’andamento del volo dallo stato comatoso in cui mi trovavo. Rumori sospetti? Caduta di pressione? Sbalzi di temperatura?
Mi sono risvegliata poco prima dell’atterraggio con la schiuma sul lato destro della bocca, il grembo completamente bagnato per essermi rovesciata addosso il bicchiere di succo di mela che stavo tenendo in mano prima del collasso, ma: coraggiosissima! La paura se n’era andata questa volta nel sonno.
Chi non ha paura di morire, muore una volta sola, diceva l’eroe Borsellino in contesti molto più seri, ma il pensiero alla base della sua affermazione è proprio vero. Io muoio una volta per volo. Prendo congedo dalla vita appena clicco sul pulsante: Conferma. Ecco perché, da qui a prenotare un volo, trascorrono settimane. Ogni sera vado alla home page della compagnia aerea, scelgo il volo, mi sincero che non decolli o atterri ad orari sospetti, tipo alle 22:22, le 22:22 non è un buon orario né per atterrare né per decollare, inserisco i miei dati personali, seleziono il metodo di pagamento, e chiudo la pagina senza concludere la transazione. C’è ancora tempo, mi dico, e poi, devo proprio partire? Magari tra un anno, sì, sì, tra un anno è meglio, troppi impedimenti ora. Quando poi, finalmente, mi decido a comprare il biglietto comincia il conto alla rovescia: gli ultimi giorni di vita mi separano dalla partenza. Naná, mi dico, hai già mangiato due Lion oggi, devi proprio ingurgitare anche il terzo? Certo che devo, se poi cade l’aereo? Non è il caso di privarsi di nulla: l’ultimo Lion del condannato. E in questo stesso modo vado avanti per giorni: che belli quei pantaloni, ma troppo cari, al prossimo stipendio. E se poi non ci dovesse essere un prossimo stipendio? Meglio comprarli subito, se devo morire, almeno con stile!
E ora un’ultima considerazione: gli ingegneri sono dei sadici! Di chi è stata la brillante idea di introdurre i monitor in cabina con tutte quelle informazioni? Velocità, temperatura esterna, QUOTA? Io voglio avere la sensazione di essere in autostrada, altro che monitor! Dovrebbero attaccare gli adesivi sui finestrini con lo scenario dell’Autostrada del Sole e farci ascoltare una cassetta registrata con tutti i rumori tipici del traffico: BRUMM BRUMM, PE PEEEE, FFFFF, TIC TIC TIC TIC. E non dirmi: stiamo volando ad una quota di 10.000 metri, la temperatura esterna è di -45 gradi, procediamo alla velocità della luce. Cosa deve dire un passeggero? Bene, bene, eh bene, adesso sì che mi sento al sicuro. E adesso, FATEMI SCENDERE!
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